Robindronath Tagore

Robindronath Tagore (1861-1941), scrittore e filosofo indiano. Di famiglia nobile, illustre anche per tradizioni culturali e spirituali, nel 1877 fu inviato a studiare diritto in Inghilterra, dove rimase tre anni ed ebbe i primi contatti con la cultura occidentale. Tornato in patria, raccolse i frutti dell’esperienza europea nelle Lettere di un viaggiatore in Europa (1881) e diede i rpimi saggi delle sue doti di poeta nei drammi musicali Il genio di Valmiki e Caccia tragica (1881) e nelle liriche Canti del mattino e Canti della sera (1882-1883). Negli anni che seguirono scrisse fra l’altro numerosi drammi, tra cui Citra (1892), considerato il suo capolavoro. Nel 1901, dopo dolorose esperienze famigliari (la perdita della moglie e di due figli), creò presso Bolpur, a 100 chilometri da Calcutta, una scuola in cui diede realizzazione pratica ai suoi ideali pedagogici: gli alunni vivevano liberamente, a immediato contatto con la natura, e le lezioni consistevano in conversazioni all’aperto, al modo dell’ India antica. Lo stesso Tagore vi tenne conferenze di natura filosofico-religiosa, una scelta delle quali pubblicò nel volume Sadhana. La realizzazione della vita (1913). Frattanto la sua fama, grandissima in India, aveva cominciato a penetrare anche in Europa, grazie alla traduzione in inglese, da lui stesso compiuta, delle raccolte di liriche Gitanjali (Offerte di canti, 1912), La luna crescente e Il giardiniere (1913), che attirarono fra l’altro l’attenzione di W.B.Yeats e di Ezra Pound. Nel 1913 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Nel 1917 pubblicò la sua autobiografia, Ricordi di vita.

Il pensiero religioso-filosofico di Tagore, espresso sistematematicamente soprattutto in Sadhana, ma che sta alla base di tutte le sue opere, è un panteismo mistico che ha le sue radici nelle Upanisad, ma che non è esente da qualche influsso cristiano. Il mondo è, secondo Tagore, manifestazione dell’universale nel particolare: e l’armonia che regna nell’universo egli vuol riprodurre nella sua lirica, che è prima di tutto perfetta e sottile musicalità e che, nella sua fase più matura (Gitanjali), diviene canto gioioso in lode di dio, gioioso ritrovamento dell’assoluto attraverso la strada invisibile dell’intuizione. Tagore usò sempre la lingua bengali, che seppe adattare alle sue multiformi esigenze espressive (da quelle della poesia a quelle della narrativa e della saggistica), svincolandola definitivamente dal sanscrito.

Vi consiglio vivamente di leggere il racconto Il vero Natale