Lo sconfitto sale sul carro del vincitore

Nella battaglia antica gli eserciti si fronteggiano compatti. Ogni soldato si sente la cellula di un organismo collettivo invincibile, e non ha paura. Ad un certo punto dello scontro una parte prevale e l’altra, improvvisamente, cede. Allora si dissolve il legame collettivo che dava ai soldati la forza, e ciascuno fugge preso dal panico. E’ il momento del “si salvi chi può” e del massacro. Il vincitore insegue i vinti in fuga e li uccide senza che essi sappiano porre la minima resistenza. Per questo Von Clausewitz raccomanda di ripiegare in perfetto ordine, con continui contrattacchi. Come il leone che si ritira azzannando.

            L’effetto più pericoloso della sconfitta è la disgregazione del gruppo. Quando non avviene al momento della battaglia, di solito, avviene in seguito. La gente non capisce subito gli effetti della sconfitta. Pensa che tutto continuerà come prima. Invece, dopo la vittoria, il vincitore incomincia un’opera sistematica di disgregazione della società sconfitta. I vinti, spaventati, perdono la fiducia in loro stessi, nelle loro istituzioni, nella loro storia, nei loro valori. Il vinto - diceva Paul Keskhemeti - prende i valori del vincitore.

            L’Islam si è espanso attraverso vittorie militari. Ma la vera trasformazione è avvenuta in seguito… Dove sono arrivate le armate del profeta la società è stata islamizzata e lo è ancora oggi, dopo millecinquecento anni. Dopo l’editto di Costantino, i cristiani hanno incominciato la distribuzione sistematica di tutte le antiche religioni mediterranee. Hanno chiuso le loro scuole, trasformato i loro templi in chiese, i loro dèi in demoni.

            Eppure vi sono casi in cui lo sconfitto conserva la sua unità, difende i suoi valori e i suoi costumi, mantiene viva la certezza di un riscatto. Gli Ebrei sono riusciti a farlo. Prigionieri degli egiziani, deportati in Babilonia, occupati dai greci, dai romani, massacrati, dispersi, sono rimasti fedeli per millenni alla loro legge, la Torà. Si sono adattati a tutte le circostanze senza perdere memoria del proprio passato e del proprio compito.

            Queste osservazioni spiegano la superiorità del sistema democratico con alternanza su tutti gli altri sistemi politici. In esso vi sono due schieramenti, due eserciti, in cui uno vince ed uno perde, ma lo sconfitto non viene perseguitato e disperso. Anzi è invitato a restare unito, a raddoppiare la sua attività e la sua vigilanza per fare una efficace opposizione. La gente non è presa dal panico, non si butta nelle mani del vincitore. Ma conserva le sue certezze e la sua dignità e prepara la rivincita nella competizione elettorale successiva. Un po’ come avviene nel campionato sportivo, dove i tifosi restano fedeli alla loro squadra e cercano di portarla alla vittoria.

            Nella democrazia imperfetta, invece, chi vince cerca di annientare il vinto, di dividerlo, di farlo scomparire. E lo sconfitto, in ogni caso, è preso dal panico, teme di essere processato, di perdere la ricchezza e il lavoro. Nel nome di “si salvi chi può” cerca la sua salvezza saltando sul carro del vincitore. Ma non lo fa per convinzione, lo fa per paura. Si diffondono così l’opportunismo, il cinismo, l’ipocrisia. Non si forma una vera opposizione forte, sicura di sé, mossa da ideali. Tutti cercano di contare nell’area di potere  che monopolizza le risorse. Questa continua a rafforzarsi. Crollerà solo quando i soprusi e la corruzione diventano intollerabili. Così è avvenuto in Italia già due volte, e potrebbe avvenire ancora.