D)A proposito di divertimenti, ci descrive principali
giochi dei bambini di Origgio?
R)Noi maschietti giocavamo spesso alla "spàna":
si giocava con monete da cinch o dès ghej (5 o 1 0 centesimi) che si tiravano
contro un muro. Alternativamente
ci si doveva avvicinare di meno di una spalma (un palmo di mano) alla moneta
lanciata dall'avversario; si vinceva la moneta dell'avversario.

Ull Calimùn
A volte giocavano pure "ull calimùn" cioè una
rudimentale trottola che avviavamo con una specie di frustino e facevamo
girare più a lungo possibile aiutandola con piccoli colpi o altro.
Inoltre c'era la mèla o lippa, che si giocava con un pezzo di legno
duro appuntito da ambo ì vertici, che doveva essere lanciato il più lontano
possibile per mezzo dì un bastone, dal giocatore che stava in un quadrato
tracciato per terra. Gli altri
giocatori dovevano tentare di acciuffarlo al volo (ed allora c'era un cambio
di giocatore). Si contavano in
passi (e qui nascevano contestazioni a non finire)le distanze alla fine di
ogni turno e vinceva chi aveva lanciato più lontano il legno.
Scàrligùra e sùquarùn
Un po' più pericolosa era la scàrligùra, cioè il
pattinaggio su ghiaccio con i "sùquarùn da legn". Quando in inverno le strade erano gelate, andavamo a
"prepararle" gettandovi acqua in modo che si formava (se non c'era
già prima) un bel lastrone di ghiaccio sul quale si poteva gareggiare coi sùquarùn
(chi aveva i ferretti sotto gli zoccoli non poteva gareggiare perché rovinava
"la patinoire") a chi andava più lontano con uno slancio unico.
D)Vi erano giochi non strettamente competitivi?
R)Ia nostra fantasia non era da poco: ull tirabàll era
un pezzetto di legno di sambuco svuotato che, con un altro pezzo di legno
lavorato (che fungeva da pistone) permetteva di lanciare palline di carta,
ottenendo, per le precipue qualità del sambuco, uno scoppio quasi come quello
di un'arma da fuoco.
Ull pataròt
C'era inoltre "ull pataròt", una specie di
rudimentale flauto fabbricato col la scorza morbida del legno di gelso di un'
anno ed un altro pezzo di legno che fungeva da ancia: praticando dei fori
sulla scorza, soffiando dentro l'ancia e suonandolo proprio come un flauto,
usciva un suono che col flauto non ha proprio nulla a che vedere.
Somigliava ad una ... mah ... e' meglio che non dica cosa ... d'altra
parte il nome "pataròt" dice tutto! I giochi del "sesso
debole".
D)E le bambine a cosa giocavano?
R)Giocavano spesso al "maro": si tracciava per
terra un rettangolo diviso in 6 caselle e si lanciava, in ognuna di esse un
frammento di piatto, più o meno colorato, possesso di ogni giocatrice (che
era il premio in palio per chi vinceva!), saltando dentro in ogni casella a
piedi uniti, senza sbagliare. Oltre
al maro le donne giocavano spesso "ull cere": ogni cerchio o cosa
che vi poteva fungere veniva fatta correre per le strade: vinceva chi la
faceva correre più a lungo. Infine
c'erano i classici nascondino palla avvelenata, bandiera, che però non sono
giochi tipici origgesi... Per soli maschi era invece il salto delle colonnette
poste un tempo in piazza della chiesa.
Prediche
interminabili
Noi bambini lo giocavamo spesso dopo la messa(le
saltavamo a cavalcioni); d'altra parte bisogna dire che eravamo molto
esuberanti dopo la funzione, per il fatto che la predica era di solito molto
lunga e in italiano (noi parlavamo e capivamo meglio il dialetto).
Per sfogarci cercavamo di saltare di filato tutte le colonnette di
sasso che c'erano; non erano tutte uguali, alcune erano basse, altre meno,
oppure storte. Era pericoloso per
certe parti intime, ma proprio per questo il riuscire a saltarle tutte era
motivo di orgoglio.

D)Ha parlato di predica
lunga...
R)Spesso oltrepassava la mezz'ora ma non per questo la gente
non andava in chiesa, anzi ... c'era sempre il "tutto esaurito" e
non solo alla domenica. Alle
processioni e funzioni, i sacerdoti controllavano in piazza se qualcuno non
era entrato in chiesa. Durante la
settimana santa le campane non venivano suonate, perciò per richiamare alla
gente l'orario di inizio della funzione si usava la tàpa.
Era un arnese circolare, di legno, con dei ferri attaccati, che faceva
un gran chiasso quando veniva percosso.
D)Tornando alla vita domestica, nel vostro cortile
avevate altri animali oltre alle oche?
R)Si, ne avevamo, solo che i gatti, per esempio, potevano
mangiare solo se trovavano i topolini (e ce n'erano, soprattutto nei fienili).
Il cane mangiava solo se avanzavamo qualcosa, spesso un po' di zuppa,
ma anche lui si doveva adattare alla caccia ai topi; il nostro lo portavamo
nei campi quando zappavamo le patate e se c'era qualche topo non se lo faceva
scappare. Poi c'erano gli animali
a noi necessari cioè i cavalli e i muli, che sfruttavamo per i lavori in
campagna (tutte le famiglie avevano come minimo 20 pertiche di terremo,
l'equivalente di 13.000 metri quadri di oggi, più di un ettaro; la pertica e'
una misura di superficie equivalente a 654 metri quadri) ed anche come mezzo dì
trasporlo. Ogni anno c'era a Orìggio
la festa del cavallo e in piazza della chiesa si facevano benedire ì cavalli.
Avevamo pure il bue (ull boeu), ogni famiglia ne aveva minimo due che
nutriva sfruttando le parti erbacce del granoturco (non veniva scartato nulla
della pianta del mais) assieme alle erbe recuperabili ai margini dei campi o
sulle vie, per questo a quei tempi tutte le vie erano perfettamente pulite, le
erbacce venivano anch'esse tagliate e tutte queste partì venivano fatte
seccare per l'inverno, cosi si potevano mantenere 2 o 3
“manszot", che poi quando diventavano grossi si vendevano; in
ogni corte almeno una famiglia teneva delle mucche, per avere del latte e del
burro e poi c'erano, ovviamente, anche le galline e i conigli.