A
quei tempi, Origgio era noto come il paese delle oche (i occ - i uchit). Ogni
famiglia ne allevava in abbondanza, quindici, trenta, ed anche più.
Comperate piccolissime in primavera, occupavano poco spazio, che però
aumentava rapidamente, perché, dopo buoi e mucche, le oche avevano la
precedenza nei cortili, nelle piazzette, nelle strade e nei prati. 1 ragazzi e
le ragazze le portavano al pascolo, dove i gruppi si fondevano, mentre i
padroncini si davano al giuoco. Poi
bastava 'una voce", perché ognuno riavesse le proprie.

Del
resto non era facile far cambiare proprietario. Ogni famiglia teneva un sigillo inconfondibile, col quale
segnava su di un piede i palmipedi, così come alle bambine si foravano le
orecchie per infilare gli orecchini. Anche
quando le oche finivano nel fossato, ul
fusàa, e magari ne uscivano più sporche di prima, ritrovavano d'istinto
la via di casa; e se qualcuna sembrava fare troppo "l'oca", le altre
la richiamavano in gruppo, rumoreggiando: 'rò-rò-rò" (oppure 'reu-reu-reu").
Si
macellavano per Natale. E l'oca,
ripulita all'esterno sino a mostrare ben lucida la sua pelle, il collo
ripiegato sul ventre e legato con salice (saras),
si vendeva a clienti venuti da fuori, specialmente da Milano.
All'allevatore
l'oca forniva: carne pregiata per le feste, quattrini per il portafoglio,
penne per materassi e cuscini.