Mercato
Origgio non ne aveva. Ma si
andava a quello di Saronno il mercoledì.

Va
ricordato che, colle oche, si allevavano galline, maiali, porcellini d'India (i
tuist), conigli; ma le tenerezze se le prendeva la mucca, perché il latte
costituiva l'alimento base. Si
conservava in recipienti di terracotta (la
basta) al fresco, per avere la panna (restava la cagiada)
e fare il burro da vendere. A
nessuno veniva in mente di costruire il cascificio; ogni famiglia aveva uno
strumento di legno duro, cilindrico, alto circa un metro (la
panagía); vi si immetteva la panna, lo si chiudeva; il coperchio (ul cuercc)
aveva un foro centrale, nel quale entrava il manico dello stantuffo per
produrre a mano la forza centrifuga. Azionare
dal basso in alto e viceversa, a lungo, era una occupazione antipatica a
tutti, ma indispensabile per avere poi il burro; i pani di burro si mettevano
in cestini fatti di foglie di rubinia.
Al
mercato di Saronno col burro si portavano uova e si contrattava a livello
popolare creando il prezzo del giorno oppure scambiando generi in natura,
operazione nella quale
anche i ragazzini erano molto esperti accanto alle donne.
Le quali, di ritorno al paese, portavano due ghiottonerie: il merluzzo
arrostito, fritto all'aperto sul mercato, e la bucunaia,
ritagli di cotechino, cotenne, salamini, giambone, pancetta.
I bachi da seta (cavalér) si
allevavano in ogni famiglia. In
primavera una stanza veniva attrezzata con tavole sovrapposte sino ad arrivare
al soffitto, sostenute da castelli in legno.
Però la si disinfettava bruciando zolfo dopo averla chiusa
ermeticamente, compresa la cappa del camino.
Talvolta qualche imprudenza provocava incendi.

Il
seme del baco si comprava ad once ed inizialmente occupava uno spazio
ridottissimo e richiedeva un lavoro minimo.
Ma poi tutto si accelerava: spostare il baco di tavola in tavola,
eliminare i difettosi ed i morti, ripulire dalle immondizie, collocare
mazzetti di pianta di ravizzone per formare il bosco; soprattutto dare loro il
cibo. In campagna si allineavano
numerosi filari di gelsi (i murunl), dai
quali si staccavano i rami e dai rami la foglia, lavoro da farsi a mano e le
mani si sporcavano e si spellavano. Quando
il baco "saliva al bosco" il lavoro ai gelsi diventava frenetico ed
estremamente impegnativo, tanto che il Parroco dispensava dalla proibizione
del lavoro festivo (non dalla S. Messa!).
Poi
si ritirava il bosco carico di bozzoli gialli e bianchi, il bozzolo veniva
tolto dai rami e ripulito uno a uno. Per
questa operazione ogni famiglia aveva macchinette semplici: una tavola messa
in pendenza, sulla quale il bozzolo rotolava; al passaggio obbligato formato
da un grosso filo di ferro la barba esterna si impigliava, il bozzolo girava
su se stesso e ricadeva in un'apposita cesta ripulito e lucido.
Quindi lo si portava all'ammasso dei gerli (ul
gerlu, ul gerlett, la cavagna) ed iniziava la battaglia per la
contrattazione fra produttore e compratore.
Questa
attività casalinga terminò all'arrivo della seta artificiale.