Il secolo XVIII, che terminerà tragicamente con la
Rivoluzione Francese e con il suo straripamento in Lombardia, inizia ad Origgio
con un atto anch'esso quasi rivoluzionario: la parrocchia non sarà più insediata
presso la chiesa di S. Giorgio, ma nella chiesa - ormai nel centro del paese -
dedicata all'lmmacolata.
Questo atto della traslazione della parrocchia
presso la chiesa della Madonna (21 agosto 1701) creava subito un problema: che
sarebbe avvenuto della chiesa di S. Giorgio?
Si doveva lasciarla andare in rovina?
Eppure intorno a questa chiesa c'era un cimitero, e il pensiero degli
antenati che vi erano sepolti indusse gli origgesi a tenerla in vita ed a farla
officiare.
La casa presso S. Giorgio, già abitata dal
parroco, era rimasta vuota e si pensò di cederla ad uno dei cappellani privati
dei nobili Borromeo. Fu quindi
ceduta alla contessa Elena Visconti Borromeo, al prezzo di lire 30 per ogni
anno; l'atto di vendita e l'operazione inerente viene compiuta da Pietro Paolo
Alberti « a nome e commissione di Alessandro Ferrario console di detta Comunità
e di Pietro Cartabbia Sindíco pure di detta Comunità per non saper loro scrivere
in suo nome così pregato affermo ». Ciò che poteva essere nel clima odierno solo
un atto compiuto da preti con i possibili compratori, allora era un atto
comunale, tanto che né la firma, né il nome del parroco appaiono assolutamente.
Il trasferimento da S. Giorgio alla chiesa
dell'Immacolata fu possibile perché Elena Borromeo aveva fatto fabbricare a sue
spese, vicino a questa seconda chiesa, la casa parrocchiale.
Di qui il contratto di vendita della casa parrocchiale presso S. Giorgio
a Elena Borromeo.
La traslazione avvenne con una solenne processione
dall’una all’altra chiesa.
Nell'anno 1703 venne spedita alla Curia
Arcivescovile di Milano, una richiesta di rifacimento dell'altar maggiore. I
lavori proseguirono per circa 40 anni (infatti nel 1740, durante la Visita
pastorale, non risultavano ancora ultimati. Probabilmente, mancando il denaro,
erano stati interrotti.

A Milano, intanto, si erano avvicendati
arcivescovi: dopo che nel 1737 il cardinal Benedetto Erba Odescalchi, in seguito
all'amputazione di una gamba, aveva rinunciato alla Diocesi, era stato chiamato
a succedergli il cardínal Carlo Gaetano Stampa.
Questi, per le Visite Pastorali, si serviva di solito di delegati; così
per la pieve di Nerviano inviò nel 1740 monsignor Rocco Lonato, che giunse ad
Origgio il 14 maggio 1740.
Gli atti di questa Visita ci hanno lasciato una
minuta descrizione di tante cose. La chiesa dell'Immacolata, ormai funzionante
da parrocchiale, era lunga cubiti 36 e larga 18: il presbiterio misurava cubiti
20 di lunghezza e 15 di larghezza ed era alzato sul piano della chiesa di tre
gradini di marmo; di marmo erano pure le balconate.
Sull'altare si doveva ancora finire di costruire il tabernacolo
eucaristico, di marmo, il cui progetto era stato approvato dalla Curia
Arcivescovile il 25 novembre 1739.
Il visitatore sapeva già che questo tabernacolo veniva lavorato in marmo
pregiato.
La spesa relativa sarebbe stata sostenuta dalla famiglia Borromeo.
La porticina del tabernacolo era in rame e raffigurava Gesù agonizzante nel
Getsemani.
Nel presbiterio, in alto a sinistra di chi guarda
l'altar maggiore, c'era l'organo, inaugurato nel 1718.
Prezioso ornamento dell'altare erano le "tabelle",
o carte glorie, le cui cornici erano
coperte di pietre preziose; anche queste erano un dono dei Borromeo, che vi
avevano speso duecento lire.
Nel coro, dietro l'altar maggiore, c'era un quadro
ad olio raffigurante il ritorno di Gesù Bambino dall'Egitto, opera del pittore
Campi.
Nel lato del Vangelo, cioè a sinistra guardando
l'altar maggiore, nella parete della chiesa si apriva la cappella della Madonna
del Rosario. Sull'altare una statua
della Madonna stessa, che regge il Bambino Gesù; attorno, nella cornice della
nicchia, sono dipinti i misteri del Santo Rosario e le immagini di S. Domenico e
di S. Caterína da Siena.
Sullo stesso lato un'altra cappella dedicata a S.
Antonio da Padova. Come pala
d'altare un quadro preziosissimo (pretiosissima tabula) del celeberrimo pittore Montalto
(celeberrimi Montalti poenicillo), che raffigurava la Madonna col Bambino in
braccio e ai lati S. Giuseppe e S. Antonio da Padova. Questo quadro era un dono
del conte Paolo Emilio Borromeo, forse in memoria del conte Antonio.
E' certo che questa cappella in precedenza era dedicata a Gesù che
tornava dall'Egitto.
Sul lato dell'epistola si aprivano due altre
cappelle: di una di queste, dedicata a S. Carlo, abbiamo già parlato nelle
Visite Pastorali precedenti. La
pala dell'altare raffigurava la Madonna e S. Carlo in abiti pontifìcali, opera
del pittore Santagostino (depicta a
laudatissimo Sancto Augustino).
In seguito ad un permesso rilasciato dalla Curia
di Milano il 4 febbraio 1711, era stato possibile collocare nella detta cappella
due lapidi di marmo con le seguenti iscrizioni:
« Excellentissima Domina Caesia Borromaea Ducissa Cerae Sacellum hoc in Divi
Eustorgii Aede buius Paroeciae erigi Iusserat Annuum censum librarum CCC
Imperialium constituit ealege, ut Sacrum quinquies in singulas hebdomadas
quotannis vero idibus Februariis qua díe e vivis excessit XXX Missae cum
exequiali Sacro Solemni celebrentur et VI modíi mixturae selectae in Oppidanos
pauperes erogentur, Haec publica tabula Haeredi et Success. perficienda mandavit
Tert. id. Jan. Anno MDCLXIV ».

L'altra iscrizione:
« Excell.
D.D. Renatus Borromaeus Com.
March. et Dux Cerae Sacellum ex Testamento erigendum ab D. Eustorgii in hanc S.
Aedem ipsius iussu instauratam iustis de causis ríte transferri curavit.
Censum auxit, ut sacro quotidie celebrando sufficeret.
Aliud quotidianum legatum decrevit Excell.ma D.D. Helena vicecomes
Borromea haeres scrípta optimi Coniugis .pia vota vivens implevit cal. lun. anno
MDCCII ».
La cappella dunque era un segno della munificenza
e della pietà dei Borromeo, e precisamente del conte Antonio Renato, conte d'Arona,
marchese d'Angera, duca di Cerro, che moriva improvvisamente in Origgio il 6
ottobre 1686, senza figli, lasciando la vedova Elena Visconti figlia di Tebaldo
marchese di Cislago, la quale morirà 25 anni dopo, il 30 agosto 1711.
Finalmente la cappella dedicata ad un martire di
nome Vittore, di cui conosciamo già la storia.
La facciata della chiesa parrocchiale non portava
ancora, come era prescritto, l'immagine - almeno dipinta - dell'Immacolata.
Il visitatore avrebbe desiderato che vi fosse un atrio, o almeno un
portico davanti alla chiesa, e perciò ordinava che, appena gli origgesi ne
avessero avuta la possibilità, facessero dipingere sulla facciata l'immagine
dell'Immacolata, e costruissero inoltre un atrio davanti alla porta maggiore.
Una notizia preziosa riguarda il campanile, eretto
accanto alla chiesa dell'Immacolata: non era ancora ultimato, ma portava già un
piccolo concerto di tre campane e aveva un orologio che scandiva puntualmente le
ore.
Nel 1771 questo orologio, considerato di pubblica
utilità, esigeva una riparazione « perché non può più girare e dalla visita
fattaci fare dall'artefice viene considerata la spesa che ci vorrà per dette
riparazioni a circa lire centodieci e questa non potendola fare senza il
permesso dell'Eccelsa Signoria Reale Cesarea perciò al medesimo si ricorre »; si
inoltra domanda da parte dei Deputati dell'Estimo, di cui il primo è il conte
Francesco Borromeo, che si fa sostituire da Domenico Salis, il secondo Carlo
Martino Lualdi ed il terzo Carlo Giuseppe Ceriano ". Nel 1783 l'orologio è
ancora inceppato e si deve fare altra domanda per riattivarlo: la spesa questa
volta è più forte: sono lire 195, e « alla Comunità preme che venghi tosto
riattato per il regolamento de' Lavoratori di Campagna »; il Regio Ducal
Magistrato Camerale il 10 maggio 1784 darà il suo benestare « a condizione però
che non si ecceda la somma di lire 195 portate dalla Perizia ».
Anche le campane sono un patrimonio di tutta la
comunità di Origgio, tanto che nel 1769 è necessario rifondere una campana, ed
il Comune paga tutta la spesa di lire 195.
L'orologio del campanile viene caricato da una
persona stipendiata dal Comune per l'anno 1768.
Il "custode dell'orologio" è Pietro Borghi, a cui vengono pagate
annualmente lire 35, tnentre il Comune dà al sacrista Ambrogio Ceriano lire 7 e
soldi 19. Anche il becchino, detto nel gergo italiano del tempo “sepoltore”,
è pagato dal Comune, pur essendo il cimitero di proprietà ecclesiastica.