I
ragazzi di Origgio dovevano divertirsi, come tutti i ragazzi del mondo.
Ma bambole, soldatini, cavallucci comparivano in paese solo per Natale.
Di qui la fecondità dell'inventiva. - La trottola (ul calimùn). Fatta di
legno duro, cilindrico, appuntita in basso con sotto un chiodo, allargata al
vertice, alta non più di una spanna, con incisioni concentriche ai lati.

L'arte consiste nel farla girare su se stessa.
Per avviarla le si avvolge attorno la corda di un frustino, la si
drizza con un colpetto di mano ed inizia il girotondo su se stessa.
Bravo è colui che, a colpi di frustino sui fianchi, più ne accelera
il movimento, più la sposta sulla strada o nel cortile, più a lungo la fa
girare. - i cerchi (ul cercc).
Nel 1918 dal fronte tornarono soldati colle biciclette dei
bersaglieri, dalle gomme dure. Altre
biciclette più moderne comparvero in paese.
E pei ragazzi fu la corsa alle ruote e le gare di velocità.
Saltarono in lizza anche coperchi di pentole, cerchi di ferro che
ricoprono le ruote dei traini, ruote di carriole, il tondo per lo stantuffo della
panagia, insomma tutto quanto poteva sembrare una ruota, purché si
potesse far correre, non importa se sospinto con un legno o a pedate.
-
La mèla (italianamente: líppa). Presso
un quadrato, tracciato per terra, un ragazzo tiene nella destra un robusto
bastone, col quale lancia un pezzo di legno duro.
La squadra di avversari tenta di acciuffarlo al volo; e allora cambio
di guardia. Se no il pezzo è
rilanciato verso il quadrato, difeso dal gladiatore, al quale sono concessi
tre colpi supplementari per allontanare il proiettile.
Quindi si misura la distanza dal quadrato.
Così a turno convenuto. Vince
chi ha realizzato maggiore somma di distanze, che venivano misurate a passi.
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Ul tirabàll. Tra boschi e siepi abbonda il legno di sambuca.
Un ramo grosso e diritto viene tagliato a lunghezza di rivoltella;
quindi svuotato del molle contenuto, ma senza incrinare le pareti.
Si lavora un pezzo di legno, levigandolo in modo da funzionare come il
pistone nella camicia del motore. Carta,
stracci ed altro forniscono materia da arrotolare in forma di pallottola dura,
la quale si introduce nel foro. Appoggiando
lo stantuffo al pezzo e tenendo nelle mani la sambuca, si preme con forza e
rapidamente: la pallottola deve fuoriuscire, schizzare lontano, imitando lo
scoppio di un'arma da fuoco.

Giochi
forse meno caratteristici: palla avvelenata, guerra, bandiera, i quattro
cantoni, nascondino, moscacieca, pennini giocati a faccia e croce come i
soldini.
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La scurligúra. L'acqua correva abbondante per le strade non asfaltate e
d'inverno gelava. Una cuccagna
per i ragazzi. Ai piedi portavano
zoccoli (i soquar) e... scarpe con
suola di legno (i suquarùn).
Sapevano pattinare; e certi tratti di ghiaccio li tiravano lunghi e
diritti e levigatissimi. Ragazzi
e ragazze (e talvolta anche giovani e uomini) gareggiavano a chi filava più
lontano, in piedi, oppure accoccolati, oppure a stile misto, ma con lancio
unico. Le mamme si mettevano le
mani nei capelli per la paura di capitomboli; maestri, preti e suore
castigavano. Ma trionfava sempre
la legge del gareggiare. Magari
di nascosto. Anche il fossato
gelava ed i giovani lo trasformavano in luogo di pattinaggio.
Si rompeva il ghiaccio? Ebbene
ci si divertiva saltando di lastrone in lastrone.
Naturalmente... immancabili i bagni fuori stagione e le broncopolmoniti
di stagione.