Il
bosco di Origgio presenta una vegetazione indigena ancora ben riconoscibile che
si presenta in un contesto che sta a metà tra il querco-carpineto planiziario,
la vegetazione subcollinare e quella ripariale.
L'invadenza
della Robinia pseudoacacia, pianta nordamericana giunta a noi verso la fine dei
secolo scorso, evidente soprattutto nei boschetti siti all'esterno, non riesce
quasi mai a nascondere questa pregevole cenosi originaria.
Il
terreno è piuttosto acido, con presenze di argilla e ferretto e con notevole
apporto idrico di falda; è il substrato ideale per la Farnia e per il Carpino
ma la posizione geografica di questo bosco, è alla fine della zona che potremmo
definire di pianura e all'inizio di quella subcollinare: ecco quindi spiegata la
presenza della Rovere e del Tiglio cordato, solitamente legata ad ambienti di
bassa collina.

Per
secoli questi boschi sono stati destinazione finale delle acque del Bozzente;
citiamo a proposito il famoso "contratto Borromeo" del 1604, dove il conte
Renato metteva a disposizione del Ducato di Milano 1600 pertiche " dei
suoi boschi per gli spandímenti calcolati delle acque del torrente.
La
rete di canaletti che è servita a tal scopo fino ai 1960 circa, si è
parzialmente interrata ed il Bozzente è stato incanalato verso sud; essa è però
ancora visibile sia verso la "strada Mezzanella" che nella zona che
guarda verso Origgio e resta una importante e preziosa testimonianza sulla
storia dei nostri territori.
Si
veda inoltre alle pagine successive la copia di una pregevole "Carta
topografica dei corso antico e moderno dei tre torrenti Bozzente, Gradeluso e
Fontanile" a data 1762, dove si evince che il "Bozzente vecchio” cioè
il corso naturale, antecedente al "Contratto" del 1604, toccava gli
abitati di Cislago, Gerenzano e Uboldo ed andava a spandere in modo naturale le
sue acque nel bosco Borromeo.

Ma
proprio per questa vicinanza agli abitati, esso causava ogni tanto (le sue acque
erano piuttosto irregolari allora, con periodi di secca e di piena) inondazioni
anche gravose nei paesi.
Ecco
quindi che nel 1604 il conte Renato Borromeo, proprietario dei boschi di Origgio
e il signor Orario Albano, sindaco dei Ducato di Milano, sancivano la deviazione
dei corso dei torrente, che non scorreva più nei paesi, le opere eseguite
prevedevano poi una risistemazione dei canaletti di spandimento dei bosco di
Origgio che erano ben quindici principali più otto secondari (in seguito
diventeranno solamente sei).
Anche
allora il bosco veniva sfruttato in modo razionale per il legname; il tipo di
governo era rispettoso dell' ecosistema e ciò ha fatto in modo che si sia
conservato sino ad oggi un ambiente naturale di grande pregio, con grandi querce
secolari; da antiche carte anche precedenti al 1604, conservate presso il
municipio di Origgio, si nota, oltre alla maggior estensione dei bosco, una
divisione in quelli che noi chiameremmo oggi "diversi tipi di coltivazione
dei bosco".
Naturalmente
si parla in termini arcaici come "Bosco forte da legno" "Bosco da
taglio forte", ecc. e, si badi bene, in situazioni ove cedui come gli
attuali di robinia, erano di là da venire; in particolare era ceduto il
Castagno, spesso l'Olmo campestre,
Le
Querce venivano tagliate solamente quando raggiungevano dimensioni che
consentivano al proprietario l'utilizzazione come legname da opera; si faceva
attenzione a conservare il novellame della Farnia e della Rovere per rinnovare
il querceto; uguali delicatezze si sono usate fino a 50 anni fa: il proprietario
"affittava' a contadini che avevano bisogno di legna, dei
"quadri" dei bosco; essi dovevano ripulirlo dalle piante poco
remunerative (Nocciolo, Ontano) e dai secchi, conservando le querce dietro
sorveglianza dei custode dei bosco, in servizio presso la casa Borromeo.
Le
querce venivano spesso "gabbate": si procedeva cioè al taglio dei
rami più bassi per favorire il fusto dell'albero e con esso la sua
remunerazione potenziale; la Farnia era molto avantaggiata da questo governo,
soprattutto se si tiene conto che questa essenza non cresce poi tanto lentamente
in zone dove l'acqua veniva fatta spandere in modo da non creare ristagni nel
terreno, ad essa dannosi. Dei resto
il legno della Farnia e' pregiato quanto quello della Rovere e tra l'altro qui
nel saronnese le due specie non vengono affatto distinte: il nome dialettale
"Ruguàra" le accomuna.
Si
sa di sicuro che in questa zona era presente il Castagno (dal libro "Origgio,
1000 anni di storia") e, da testimonianze attendibili, anche il Cerro (Quercus
cerris), una quercia autoctona oggi sparita anche nella zona più a nord, che
tra l'altro era addirittura denominata in passato "Cerrina".

Documenti
ritrovati nell'archivio parrocchiale di Uboldo attestano che i boschi della zona
più a nord erano "di Pino silvestre e Cerro"; ritengo un errore, o
meglio, una semplificazione per gli storici di allora considerare tutte le
querce sotto il nome Cerro, anche perché di sicuro che questo albero non e' mai
stato preponderante nella zona; v'erano querceti misti di Farnia, Rovere e
Cerro, ma con prevalenza delle prime due specie, e prova ne e' che la terza non
ha un legname utilizzabile da lavoro come le prime due e si sa che la legna da
lavoro di quercia era il principale prodotto di questi boschi. Il Castagno e'
stato tolto progressivamente in seguito al diffondersi delle sue grandi malattie
all'inizio dei secolo (il cancro della corteccia e il mal dell'inchiostro);
stiamo parlando di esso come di una pianta autoctona ma sappiamo che la maggior
parte dei botanici la considera esotica (venne diffusa, pare dai romani e
proviene dall'Asia).
Tuttavia
non sono mancati studiosi (Dr. Anisetta,
Università di Torino) che ne hanno sostenuto e ne sostengono l'indigenato in
base a rilevamenti di fossili.

Il
bosco, com'e' oggi, sia pure con tutte le limitazioni antropiche e' un testimone
abbastanza fedele di quello che e' stato in passato ed un'area naturale preziosa
che costituisce, assieme alle campagne e agli incolti vicinali un
importantissimo ecosistema che dobbiamo consegnare ai nostri figli.
La
sua importanza come polmone e' fuori discussione e in zone inquinate come la
nostra e' vitale la conservazione di quei pochi boschi che ci rimangono, e
questo è uno dei più estesi.
La
sua vicinanza a Milano (meno di 10 km in linea d'aria) la dice poi lunga sulla
sua importanza ma non quanto la sua funzione idrogeologica, soprattutto in
questi anni particolarmente piovosi, dove vi sono state tracimazioni, cedimenti
di argini e inondazioni; qui la sola presenza dei bosco ha preservato anche I
manufatti adiacenti (autostrade, capannoni, ecc.) e ce ne siamo accorti
l'inverno dei 2000 quando il bosco è stato inondato dal Bozzente a più riprese
e solo dopo nuove abbondanti piogge le acque, nonostante le opere recentemente
fatte, hanno invaso l'autostrada.