Qui
come altrove sono state introdotte delle piante esotiche che per quanto belle e
ornamentali, finiscono per danneggiare l'ecosistema.
Purtroppo
giova ricordare che soprattutto negli ultimi 30 anni la silvicoltura ha attinto
molto dalle piante esotiche e questo per avere legno più in fretta; solo oggi,
in tempi di emergenza ambientale, si sta cambiando rotta, seppur lentamente e
faticosamente ed anche gli organi competenti stanno cominciando ad incoraggiare
l'uso di essenze autoctone.

Il
primo albero esotico (ad eccezione dei Gelso bianco che però venne usato solo
per coltivazioni quindi all' esterno dei boschi) a venire introdotto fu la
Robinia pseudoacacia, che qui giunse verso la fine dei 1800.
E'
questo un albero che viene continuamente da più parti criticato ed esaltato:
criticato per la sua invadenza, per l'esuberanza dei polloni radicali che
finiscono per scoraggiare altre forme vegetazionali vicine (ma ben peggio si
comporta il Prunus serotina).
Esaltato
invece perché negli ultimi decenni ha contribuito al rafforzamento dei bosco
ceduo, e ciò è innegabile. Succede
però che essa occupa gli spazi tra le querce autoctone e quando queste ultime
divengono mature vengono tagliate senza che sotto di esse sia cresciuta alcuna
quercetta che le sostituisca.
Questo
perché la Robinia ha impedito là germinazione delle ghiande e così pian piano
le querce spariscono e il bosco si impoverisce ecologicamente ed economicamente.

Dobbiamo
citare la presenza di vetusti esemplari di platano (Platanus acerifolia), della
quercia rossa canadese (Quercus rubra), dei liriodendro (Liriodendron tulipifera),
dei pino strobo (Pinus strobus), in passato spesso piantato, dei Pinus excelsa,
dei noce nero (Jugians nigra), pianta che potrebbe benissimo venir coltivata
fuori dal bosco per il pregevole legname, dei larice dei Giappone (Larix
leptolepis) e dei già citato pioppo eurocanadese.
Queste
sono tutte piante esotiche a rapido accrescimento introdotte; si sta osservando
un certo cambiamento in quanto il Pino strobo viene tolto in luogo di latifoglie
tra le quali l'acero di monte (Acer pseudoplatanus) che e'una pianta autoctona.
In
passato veniva coltivato pure il larice europeo(Larix decidua) dei quale si
rinvengono alcuni annosi esemplari.

Sarebbe
meglio che venissero introdotte solo essenze indigene provenienti da semi
raccolti in boschi padani; solo così e' possibile conservare il patrimonio
genetico e preservare l'ecosistema dalla principali fisiopatie; importante pure
la reintroduzione dei cerro, per motivi ecologici e storici (e' di crescita
rapida) in luogo della Quercia rossa canadese (il cui legname, tra l'altro, non
è paragonabile a quello della Farnia e della Rovere).
Per
piante esotiche remunerative come il noce nero, la stessa quercia rossa,ecc.
potrebbero venir usate aree esterne, magari riconvertendo alcune aree agricole
(e' una tendenza agevolata dai finanziamenti dei set aside e si sta già
osservando in altre zone), ad esempio quella vicina al ponte sul Bozzente, dopo
la cascina Maestroni, dalla parte opposta della strada; qui sarebbe utile
prevenzione rinforzare l'argine e l'esiguo filare di robinie vicino al greto (il
torrente Bozzente proprio qui straripò nel 1976).