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L'ecologia (quando non c'era)
Effetto Serra Ai Tempi di Orazio

di GEMINELLO ALVI

Per quanto taluni volentieri mitizzino le civiltà trascorse e la natura com’era, prima, neppure nei tempi antichi gli uomini evitarono di rovinarla.  E uno scritto primigenio, l'epopea del sumero Gilgamesh, nel III millennio avanti Cristo, documenta il primo disastro ecologico di cui vi sia memoria.  Gilgamesh, eroe irreligioso, uccide Humbaba, dio delle mirabili foreste di cedro e le taglia.  Il cielo per punirlo maledice allora la terra col fuoco: l'aridità mangerà il cibo dei sumeri e berrà al posto loro.  Immagine perfetta dell'erosione dei suoli e della perdita di terre fertili che genererà il primo documentato sviluppo insostenibile dell'umanità.  La terra divenne bianca, e la civiltà si mosse altrove.  A poco valsero i codici di re Hammurabi, nel 1750 avanti Cristo, che punivano chi tagliasse gli alberi senza permesso.  E con la civiltà i vari disastri dalla Mesopotamia si estesero al Mediterraneo orientale, Toccò anche a Cipro, l'isola più bella, prima coperta di pini. Anche il declino della civiltà minoica fu forse tutt'uno con l'impoverirsi dell'humus. E dopo che Schliemann scoprì i resti sovrapposti di Troia, ci si avvide che non erano state solo le astuzie di Ulisse a rovinarla, ma anche l’erosione che moveva verso nord. Né lo splendore della grecità classica rallentò il disastro.  Tanto che Platone ne contempla l'esito, scrivendo che le parti più ricche e soffici erano scivolate via dalle colline e restava solo lo scheletro della terra.  Erano i secoli in cui un fiume dell'Asia Minore, il Meandro, divenne tanto disastrato e limaccioso da dare per sempre il nome a ogni interminabile sinuosità.

Il mineralizzarsi dello strato sottilissimo di vita che ricopre la terra si reiterava intanto nella catastrofe di non poche civiltà amerinde.

Ma disastri più riusciti si preparavano in Occidente, invisibili ma più insidiosi, come saranno quelli moderni. Non servì che il medico Galeno biasimasse i danni delle miniere di rame, o Nicandro intuisse gli effetti mortali del piombo bianco usato in pittura e cosmesi.  I romani non  vi badarono. Anzi tutta una scuola di studiosi concorda ormai col tossicologo Jerome Nriagu: il declino di Roma antica fu anche un generale avvelenamento da piombo. I    romani, soprattutto            i benestanti, usavano acetato di piombo, zucchero di piombo per addolcire il vino e trattare l'uva.  Un aristocratico poteva arrivare a bere persino un grammo di piombo al giorno: l'origine del tanto piombo trovato nelle ossa delle tombe romane, e della sterilità e della pazzia che rovinarono le più antiche famiglie.  Né per tornare a disastri oggi più evidenti, andrebbe trascurato che la decadenza di Roma ebbe per esito anche lo sfascio ambientale dell'Italia prima più ricca e felice: quella meridionale.

Ma il Medioevo iniziò a perfezionare un altro disastro: quello dell'aria.  Già Orazio lamentava il fumo e il rumore di Roma, e infamis aer era una delle parole per descrivere l'aria dell'urbe.  Ma il disagio evolvette.  A far lasciare il castello di Nottingham nel 1257 ad Eleonora di Provenza non fu Robin Hood, ma un nuovo vapore: quello del carbone bruciato.  Qualche decennio e Edoardo I vietava che si bruciasse carbone mentre il parlamento era riunito.  Senza effetto.  Visto che la grande Elisabetta era lei pure tre secoli dopo afflitta dai fumi.  Tanto che tale John Evelyn scrisse nel Seicento un suo trattato sull'inquinamento, proponendo parchi e fiori come rimedi convenienti.  Ancora un secolo dopo non v'era però accordo se fosse peggio l'aria rovinata dal fumo di legna o di carbone.  E Benjamin Franklin si complimentava per la conversione dal legno al carbone dell'industria settecentesca.  E, sostenendo che essa aveva salvato quanto restava delle foreste inglesi, consigliava a Germania e Francia la rivoluzione industriale come rimedio ecologico.  Erano passati solo pochi decenni da quando più di 300 indiani, i primi ecologi senza saperlo, erano stati uccisi per aver tentato di evitare la fine di una foresta del Maharaja di Jodhpur.  Ma solo nell'Ottocento, ed in Occidente, nacquero gli antenati più rimossi dell'ecologismo: i luddisti.  E fu addirittura Byron in un suo appassionato discorso nel 1812 alla Camera dei Lord a cercare di comprenderli.  Ma era già nato il movimento di mitizzazione della Natura più potente: quel romanticismo che John Ruskin educò da Oxford ad avversare la rivoluzione industriale e il capitalismo.  Non si badava ancora molto tuttavia alla teoria di Fourier secondo la quale il calore solare poteva intrappolarsi nell'atmosfera come in un vaso di vetro gigante.  Neppure quando oltreoceano una svista lanciò un nuovo inquinante. Abramo Lincoln per far fronte alla guerra civile tassò con due dollari a gallone le bevande alcoliche.  Inavvertitamente milioni di galloni l'anno di carburante per lampade di alcool o trementina vennero inclusi nella tassa.  Si creò la domanda per un nuovo carburante dal petrolio, il cherosene.  Qualche decennio: Rockefeller divenne la Standard Oil, e il petrolio divenne la materia prima da cui le economie ricavavano tutto.  Anche una nuova parola: smog.  Preparando un rapporto sull'accumulo di fumi che a Glasgow aveva ucciso nel 1909 almeno mille persone, il medico Des Voex usò per primo la parola smog, contrazione di smoke fog.  Non servì a evitare che ancora nel 1952 a Londra e nel '53 a New York se ne verificassero episodi mortali.

Ma crescevano anche i rimedi: nel 1864 l'amministrazione coloniale britannica aveva istituito il Forest Department che controllerà un quinto dell'India.  Il suo direttore era Dietrich Brandis, botanico tedesco pioniere della conservazione delle foresteche influenzerà il resto del mondo. Come era tedesco anche Ernst Heinrich Haeckel, zoologo, che nel 1866 coniò la parola ecologia. Così come ecologici, anche se non va di moda oggi dirlo, erano il nazismo e il suo Fúhrer vegetariano, che avversava «la cultura dell'asfalto» e auspicava il ritorno dell'unità tra città e campagna.  Tra i nordici vi saranno non pochi ecologisti inattesi o contorti.  Ad esempio il chimico svedese Arrehenius vide per primo che gli aumenti di biossido di carbonio avrebbero mutato l'atmosfera. Non se ne preoccupò molto: avrebbero reso più mite il clima.  E fu poi l'austriaco dottor Rudolf Steiner a iniziare la prima e più efficace delle agricolture biologiche, e a prevedere sia mucca pazza, sia il buco d'ozono.

Peraltro la distruzione di terra coltivabile fu immane, non in Europa, ma in America.  Nel 1934, l'humus inariditosi iniziò il Dust Bowl in Oklahoma e nel Midwest.  Nuvole di polvere rincorsero miriadi di agricoltori infuga, della cui mi-seria i film non danno l'idea.  La Grande Depressione fu negli Stati Uniti anche catastrofe ecologica indotta dagli abusi dell'agricoltura intensiva.  E già Oltreoceano avevano primeggiato nelle distruzioni di razze e animali.  Agli inizi dell'Ottocento c'erano 40 milioni di bufali nelle praterie; un secolo dopo erano ridotti soltanto a poche centinaia.  Ma le culture anglosassoni furono anche quelle da cui si originò il moderno ecologismo.  Ad esempio il primo e più grande ecologista del Terzo Mondo, Gandhi, predicò, «vivi semplice cosicché gli altri possano semplicemente vivere», dopo aver appreso proprio dagli scrittori inglesi a diffidare dell'industrialismo.  L'opposto di quanto accadde ai comunisti che, entusiasti di Marx e dei suoi miti prometeici, lasciarono dietro di sé in Russia o in Asia centrale disastri ecologici senza pari e ben prima di Chernobyl.

Geminello Alfi

Tratto dal Corriere della Sera

 


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