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Il pane ogni famiglia se lo confezionava da sé.  Abbondava farina di frumento e di granoturco (ul furment - ul maragun), poiché il paese era prevalentemente agricolo.

Le donne si scambiavano regolarmente il lievito (ul lavàa) naturale; lavoravano la pasta in un grande recipiente (la marna); ma durante la lievitazione non mancavano di imprimere con la rüspa un segno di croce, ed anche tre, alla superficie della pasta, perché così andava meglio.

A tempo concordato (vigeva democrazia femminile in questo!) andavano al forno pubblico, lo scaldavano con legna propria, sorvegliavano di persona la cottura, resistendo al padrone del forno, che tentava di "far presto".  Poi tornavano a casa portando i grossi pani (ul pan giald) nella marna aperta e ripulita, collocata sulla careta a man e lasciandosi dietro un grato profumo.  Così ogni settimana.

I ragazzi esigevano che, col pane, si confezionasse la brùséla, specie di schiacciata con poco zucchero, cipolla ed altro.  Soprattutto per Natale non doveva mancare la séca, dolce sottile, croccante, con mandorle, confezionato anche in formato pupazzo.

Il pane bianco (la mica) restava riservato ai signori, agli ammalati, ed a tutti per le grandi solennità.

     L'olio non si comperava, perché Origgio vantava un vero frantoi, con vasca in cemento, macina ed il ciuchetto per girarla.  Anche allora il clima non permetteva di coltivare l'ulivo; lo sostituiva il ravizzone (ul ravatun), la cui pianta giallognola spiccava nitidissima fra le culture nei campi.  Dava un olio ben diverso da quello 'Dante' o 'Carli", ma ricco di vitamine, perché nessuno sognava di raffinarlo.

Nelle cucine, a fianco del focolare, pendeva il suo orciuolo (urzeuurzó) col suo bel mestolino.  Le massaie attingevano per condire; gli altri per ungere il pane.

Per condire i cibi non mancava mai il lardo.  Oggi le case risuonano di musica radiodiffusa.  Allora, in mattinata, riusciva simpaticissima la musica della pestada de lard, operazione lunghina e paziente, ma indispensabile, perché la minestra con verze, fagioli, carote, sedano, patate, costituiva il piatto forte e quasi sempre unico.

Tempo permettendolo, si mangiava all'aperto, seduti per terra o accoccolati sulle calcagna o su tronchi d'albero.  Quello era il momento del gazzettino padano; ed anche l'occasione di confrontare il cibo, perché ci si poteva permettere di allungare il cucchiaio (ul ciigià) nella scodella (la tasina) del vicino, con relativi commenti alle massaie.

Talvolta compariva anche la frittata: talvolta... Vedremo in seguito perché.

Carne nemmeno tutte le domeniche.  Solo alle feste grandi.  E se qualcuno mangiava pollo, si diceva: "O è ammalato lui oppure lo era il pollo'.

Già allora molti origgesi lavoravano fuori paese, specialmente a Saronno.  Ma pranzare al ristorante era un lusso.  Le mense aziendali vennero molto dopo.  Allora ci pensavano le donne.  Come?  Poco prima delle ore 11 molti ragazzi, col permesso convenuto fra insegnanti e genitori, lasciavano la scuola.  In casa erano pronte le gamelle di minestra, spesso infarcita di cotechini (ul cudeghin) o di cotenne cotte (la cudega).  Ogni ragazzo prendeva varie gamelle, proprie e di altri, ermeticamente chiuse, le allacciava ad uno strumento (bagiarin) di ferro con gancini.  Ed a piedi, lentamente, si snodava la carovana sulla via per Saronno.  All'incrocio colla strada da Uboldo la comitiva si ingrossava colla squadra di quel paese, tutti buoni amici in quel momento... Perché poi nello stesso punto, al ritorno colle gamelle vuote, inesorabilmente volavano insulti agli origgesi (mangianarícc) e agli uboldesi (mangiacagneta), e pugni, pedate, gamelle, sassi.  Motivo cavalleresco: proteggere le nostre ragazze.  In realtà: voglia di menar le mani, di fare i soldati, di scaricarsi.  Morti?  No, mai.  Feriti sì.

 

 


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