I
ragazzi origgesi svolgevano anche altre attività per aiutare il bilancio.

Origgio
non aveva che le prime tre scuole elementari.
A parte qualche privilegiato, che poteva continuare gli studi a
Saronno, tutti i ragazzi restavano disoccupati a dieci anni. I papà se li portavano in campagna e qualcosa facevano.
Ma d'estate si verificava un esodo che oggi denunceremmo
all'ispettorato del lavoro. Ogni
giorno, all'albeggiare, gruppi di ragazzi e ragazze dai 10 ai 14 anni si
richiamavano di cortile in cortile, formavano comitive distinte fra maschi e
femmine, correvano a Saronno in piazza della prevostura, in attesa di lavoro;
si diceva: « Andà al punt ».
Contadini ed allevatori di bestiame, provenienti soprattutto da Rovello,
Rovellasca e dintorni, assoldavano quella mano d'opera infantile, ma con una
contrattazione bilaterale, nella quale i ragazzi sapevano il fatto loro e col
salario esigevano zuppa, pranzo e merenda, anche se poi i padroni trovavano
modo di raggirarli. Se a mezza
mattina qualche ragazzo, trovandosi disoccupato, accettava transazioni, magari
sospinto dai morsi della fame, doveva poi fare i conti coi duri, che
conoscevano benissimo il pestaggio.
Talvolta
l'ingaggio durava anche più giorni di seguito; ed allora qualcuno avvisava la
famiglia che il ragazzo non tornava a sera.
La
promiscuità inevitabile, soprattutto nei campi, non era certo in favore della
moralità; tanto meno il fatto di dormire nelle cascine o nelle stalle (solo i
maschi). Ma vigeva la consegna
del silenzio, salvo i doveri della confessione sacramentale.
Non
mancava la mafia. Ragazzotti
intraprendenti e facili a menar le mani si autoeleggevano a mediatori fra
ragazzi e padroni, imponevano la legge del più forte, e, beninteso, esigevano
poi il loro onorario, che era poi una
taglia.