Nella pagina
precedente abbiamo visto come, nel 1603, grazie ad un accordo tra il Ducato di
Milano e il casato Borromeo ed alle ingegnose opere che ad esso seguirono, si
riuscì a fare in modo che il torrente Bozzente spandesse le proprie acque nei
boschi origgesi, preservando da inondazioni i centri abitati più a nord e i
coltivi. L'opera resse fino al 1756, allorquando, a seguito del degradarsi
della chiusa di San Martino (nei dintorni di Cislago), di inopportune opere
erette dagli altri paesi e di una paurosa inondazione, i tre torrenti,
Fontanile, Gradeluso ed appunto Bozzente, ruppero gli argini ed uniti
portarono la devastazione sino a Rho. Di questo disastro è rimasta ampia
documentazione storica: il signor Grassini, delegato di Sanità del Ducato di
Milano, preoccupato per le possibili epidemie, mandò sul posto il signor
Bartolomeo Beretta che scrisse poi questa relazione (gli errori sono originali
e corrispondono al modo arcaico di scrivere di allora):

"Osservando
gli ordini ricevuti, di mattina passai a Gerenzano ed intesi da varie persone
il male che il fiume detto Bozzente aveva fatto con l'escrescenza della di lui
acqua (…) Sono annegate tre bestie bovine del fittabile del sig. Vedani:
dette bestie le hanno godute. Niuna persona è perita nè vi è niuna
esalazione. (…) Poi sono andato a Cislago e ho veduto molte case rovinate
dall'escrescenza dell'acqua (…) dal console Arcangelo Zaffarone ho saputo
essere perite 70 tra piccole e grosse bestie bovine e circa 30
tra giumenti e muli. Interrogati se sono perite persone mi hanno
risposto che quattordici sono annegate e state sepolte nella chiesa
parrocchiale et un bambino il quale non si è finora trovato. Interrogati su
cosa avevan fatto di tante bestie bovine e muli, mi hanno risposto che alle
bestie bovine hanno cavato la pelle et hanno goduto le carni; il reverendo
signor curato ha dato il permesso di mangiarne il venerdi e il sabato perchè
non avevano altro (…) Il console mi ha soggiunto che sono annegate più di
100 pecore che con le galline sono state godute o date per carità. Gli
ammassi di messi di grano sono stati condotti via dalle acque e raccolti da
quelli di Gerenzano, Uboldo e Origgio nei boschi e quello che c'era ancora da
mietere è stato rovinato dalla tempesta. Con il console ho visitato le case
dove è stata l'acqua ad altezza più d'un uomo e che mlte persone a gran
fatica si son salvate. Ho raccomanfdato di lasciar aperto (avevano già
estratto il fango) ed accendervi del focho per asciugare i muri et che era
buona cosa imbiancarle con calcina.(…) Mi sono partito e portatomi a Mozzate
con San Martino ho veduto rovinato il ponte(…). Poi mi sono recato ad Uboldo
dove il signor Giuseppe Dell'Acqua (sic!) mi significò come l'escrescenza di
detto Bozzente aveva inondato tutta la terra et nelle prime case era arrivata
ad altezza più d'un uomo. Molte case sono di murati vecchi perciò si sono
inzuppate d'acqua che mandano un odore che dicono li fa dolere il capo e perciò
li ho detto di non dormire in dette case, di lasciar aperto e far imbiancare
di calce (…) Alla cascina Malpaga si è annegato un solo vitello e una
pecora che hanno goduto, et avendo purgato le case i maestri di muro le
riparavano. Mi sono portato a Origgio e dal console Giò Ceriano ho inteso
esservi stata per le case l'escrescenza ad altezza di un braccio ma non ha
fatto danno…
Risulta evidente che
ad Origgio l'acqua fece meno danni sia per la relativa lontananza dell'abitato
ma anche e soprattutto per la comunque buona disposizione dei canali di
spandimento e la presenza del vasto bosco
Vantaggi
Le
numerose rogge del bosco facevano defluire le acque in modo da non formare
ristagni per più di una decina di giorni anche in caso di intense
precipitazioni, e questo favoriva sia il bosco (in particolare la crescita
della Farnia, la quercia più maestosa e remunerativa per il legname d'opera)
che quelle situazioni dove le acque finivano "in marcita", molto
comuni e sfruttate da secoli nelle nostre zone per avere più raccolti di
foraggio. Una delle ultime rogge finiva in territorio di Lainate e spandeva in
campo anzichè in un bosco e questo era meno rassicurante sotto l'aspetto
idrogeologico ma portava vantaggi per i raccolti. Furono i frati cistercensi,
tempo addietro, ad introdurre nel saronnese questo tipo di coltivazione che
poteva dare fino a sei raccolti di foraggio all'anno. Quanto al bosco poi, i
lavoranti del conte provvedevano periodicamente a "gabbare" le
querce (cioè all'operazione nota in arboricoltura come "innalzamento
della chioma", corrispondente all'eliminazione dei rami laterali delle
farnie semi adulte) favorendo così lo sviluppo in altezza e una maggior sfruttabilità del
tronco a maturità) nonché a tener pulito il sottobosco.