Il look

E’ opinione diffusa che l'ingegnere non badi molto al proprio aspetto e si vesta in base a due soli princi­pi: evitare la morte per congelamento ed evita­re l'arresto per offesa al pudore. In realtà, analizzando più attentamente il look di un inge­gnere, si nota non una totale assenza di cura e gusto, bensì un'attenzione al proprio abbiglia­mento «a digradare», dall'alto verso il basso, che riflette la disattenzione crescente con cui l'ingegnere si esamina allo specchio.

Pettinatura normale, ben rasato, gli occhia­li potrebbero addirittura essere di Armani. La giacca è decente e la cravatta non ci sta poi così male (anzi, per una coincidenza fortuita, una delle paperette riprende il colore della giacca). Con la camicia iniziano le prime discordanze cromatiche. Indossati pantaloni e cintura, sempre gli stessi indipendentemente da cosa porta sopra, l'ingegnere perde ogni resi­duo interesse al tema «abbigliamento» e si arri­va così all'orrore finale: i calzini, sfidando qual­siasi legge della probabilità, non sono mai in tinta con il resto dell'abito e talvolta neppure fra loro. Le scarpe... beh le scarpe devono solo essere comode e calde; a questo proposito è solo un ultimo barlume di self‑control che impedisce all'ingegnere di presentarsi al lavoro calzando dei moon‑boot.

 

La conversazione

Essendo una persona colta e intelligente, conversare con un ingegnere sarebbe un'esperienza piacevole, se non fosse per la sua mania di voler sempre spie­gare tutto a chiunque. Nei cromosomi dell'in­gegnere è infatti scritto a chiare lettere il desi­derio di migliorare l'umanità. Per questo moti­vo egli è tecnologicamente incontinente»: tenere per sé le proprie conoscenze gli sembra un atto di egoismo inconcepibile ed è facile trovarlo intento a spiegare le basi teoriche della fissione nucleare a un'allibita platea di zie poco competenti e ancor meno interessate. Il genere di argomenti affrontati fa di lui un ora­tore incontrastato: quando attacca a spiegare l'albero a camme la platea si paralizza per paura che un colpo di tosse, un movimento del capo o un barlume di vita nell'espressione possa essere scambiato per un segno di interesse e interpretato come incoraggiamento ad andare avanti.

Insomma, l'ingegnere è vinto dalla paura che gli altri possano non capire, che possano malinterpretare qualcosa. Per questa ragione spiega ogni sua idea, e dopo averla spiegata la rispiega, cercando di renderla più semplice con l'ausilio di esempi pratici. Quello che voglio dire è che un ingegnere, preso dalla smania di farsi capire, perde un po' di vista la realtà e si incaponisce nella spiegazione e rispiegazione di concetti ormai chiarissimi, inframmezzando il discorso con un repetitajuvant ogni tre frasi, e se qualcuno non lo fermasse egli potrebbe anche andare avanti all'infinito, perché secondo lui...

 

La curiosità

L’ingegnere è un gran curiosone. Come al Solito, questa sua caratteristica non è rivolta verso la vita di tutti i giorni: a lui non importa sapere con chi si è messo il tale o con chi ha litigato il tal altro. La sua curiosità è rivolta al mondo degli oggetti. Egli cerca sem­pre di capire come funzionano le cose. Appena ha un attimo libero, prende un apparecchio, lo smonta tutto e dice: «Aah, ecco come funzio­nava».

Da notare il corretto uso del passato, visto che nove volte su dieci il pezzo non tornerà mai più quello di una volta. L’ingegnere è a tal punto assorbito dalla magia dei funzionamento che, anche di fronte a un apparecchio mai visto, egli non si chiede: «A cosa serve?», ma «Come funziona?». Diretta conseguenza di questa deformazione mentale è, sul lavoro, la produzione di complicatissimi marchingegni che funzionano perfettamente ma non servono a una mazza.

Gli psicologi avrebbero buon gioco nel risa­lire alle cause di questo comportamento: tutto nasce da una bugia detta da bambino quando, dopo aver irrimediabilmente rotto la radio, l'ingegnere in erba dice al papà «Volevo capire come funzionava». La reazione del padre, che si commuove e lo porta a esempio con i parenti, gli fa capire che quella è la strada giusta: è nato un nuovo smontatore folle.

Per lo stesso motivo, l'ingegnere è facilmen­te riconoscibile quando porta la macchina dal meccanico o chiama il tecnico della caldaia, perché si piazza immediatamente alle sue spal­le per vedere cosa fa, tempestandolo di doman­de sul funzionamento di ogni singolo pezzo, cercando di aiutarlo ma, di fatto, rendendogli il lavoro ancora più complicato.

 

L'amore per le novità

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti, si sa. A puntuale riprova di questo detto, la maggior parte delle invenzioni, anche quelle che hanno cambiato il mondo, sono state accolte da scetticismo e manifesta­zioni di scherno.

Dei primi treni, che «sfrecciavano» a 25 km/h nelle campagne inglesi, si diceva che andavano troppo veloci, mentre delle prime automobili si disse che non avrebbero mai potu­to sostituire il cavallo. Il direttore generale del Ministero delle Poste americano definì «com­pletamente idiota» l'idea dell'illuminazione elettrica, mentre il suo collega inglese rifiutò il telefono perché c'erano già abbastanza fattorini.

Insomma, gli ingegneri sono abituati a scon­trarsi con l'ottusità dei loro finanziatori e non vi prestano neanche più attenzione. Per loro il problema è un altro. Come delle Cassandre tecnologiche, essi vedono il futuro e abbraccia­no con entusiasmo qualsiasi novità, purché contenga almeno 30 microchip e un'ottantina di funzioni automatiche. Il dramma è che, in quanto precursori, si trovano da soli in un deserto di persone scientificamente primitive e non sanno con chi condividere le gioie del pro­gresso.

Si pensi al dramma di chi comprò il primo televisore (sicuramente un ingegnere) e si ritrovò a fissare per mesi uno schermo con scritto «prova», tentando di convincere i pro­pri amici di aver fatto un buon acquisto. Oppure la situazione in cui si sono venuti a trovare Meticci, Bell e Popov, uno italiano, uno americano e uno russo, ognuno dei quali sostenne di aver inventato il telefono. Indi­pendentemente da chi ebbe l'idea per primo, è certo che i tre potevano solo telefonarsi tra loro («oh, squilla il telefono. Suspense. Sarà Bell oppure Popov?»), non capendo niente di quello che si dicevano e spendendo milioni in telefonate intercontinentali.

Ciò nonostante, la sola idea di poter dire « io ho comprato il primo computer» manda gli ingegneri in solluchero ed è per questo che, nelle soffitte delle loro case, è facile trovare cumuli di inutilizzatissimi quanto costosi videotelefoni, televisori a schermo largo e videoregistratori betacam, tutti idealmente accomunati dal pensiero «Chissà come mai non hanno avuto successo? Funzionavano così bene ... ».

 

Il marchio indelebile

Per motivi oscuri, un sacco di gente adora pronunciare la parola ingegnere. Chi lo è, può stare sicuro che tutti glielo ricorderanno continua­mente, facendo squillare gaiamente questo appellativo ogni volta che lo incrociano. «Buo­nasera Ingegnere! Buongiorno Ingegnere! » non scorderanno mai di precisare il vicino di casa, il benzinaio, il meccanico, l'edicolante... mentre nessuno al mondo si rivolgerebbe a un laureato in un'altra disciplina scientifica con un cordiale: «Buongiorno Fisico!» o «Buon­giorno Matematico! ».

E questo nonostante la qualifica di ingegne­re non corrisponda affatto a un mestiere (gli ingegneri, notoriamente, sono in grado di fare qualsiasi lavoro, perché quello che conta è la «struttura mentale») ma semplicemente a una laurea. Insomma, per colui che un tempo si chiamava Andrea, Guido o Matteo, «ingegne­re» diventa una sorta di marchio indelebile che lo accompagnerà fino alla morte, che fac­cia un vero lavoro da ingegnere o che sia disoccupato, che sia in pensione o che abbia completamente cambiato mestiere («Devo andare a farmi otturare un molare dal mio ingegnere»).

A uso degli ingegneri, possiamo provare a individuare le tre principali motivazioni di un simile comportamento. Una persona ti chiamerà ingegnere se:

>Non si ricorda come ti chiami (Esempio tipico: il capo quando fa il giro degli uffici con un cliente importante: «Le presento... ehm... il nostro ingegnere»).

>Ti sta prendendo per il culo (i vicini di casa, il giorno dopo l'iscrizione all'univer­sità: «Allora, come sta il nostro ingegne­re?»).

>Sta cercando di fregarti (il fotografo che ti salta addosso appena hai messo piede fuori dall'aula magna, mezzo secondo dopo esserti laureato. «Ingegnere, lo vogliamo prendere il ricordo della tesi? Sono solo 250.000 lire per quattro foto, un vero affare»).

 

L'ingengera

Se nel campo della tecnologia l'ambiente degli ingegneri è sempre all'avanguar­dia, in quello dei rapporti sociali fatica a resta­re al passo coi tempi. Un ottimo esempio è la condizione delle donne ingegnere, in troppi casi ferma al periodo pre‑femminismo. Per affermarsi, la donna ingegnere deve infatti lottare contro una lunga lista di stereotipi. 

>La bruttezza 

Qui, obiettivamente, c'è poco da lottare: o si è belli o non lo si è. D'altro canto gli inge­gneri uomini non sono proprio degli adoni, quindi dovrebbero stare zitti.

>I rapporti di potere uomo/donna  

Il sogno di molti uomini è ricreare all'inter­no degli ambienti ingegneristici una situa­zione simile a quella dei varietà tv: vec­chiardi brutti e grassi che comandano, affiancati da silenziose bonazze in tanga. Per la parte maschile il risultato è raggiunto. Per quanto riguarda le donne, nonostante siano sempre di più quelle, anche carine, che si iscrivono a ingegneria, sembrerebbe più dif­ficile convincerle a mettersi le mutande di paillettes e fare un balletto prima di presen­tare il loro ultimo progetto.

>La mascolinità  

E’un sentire comune che l'ingegneria sia una branca della scienza riservata agli uomini, che solo a essi possano interessare turbine, transistor e diagrammi a flusso. Pertanto, se una donna prova ad affrontare queste materie, viene subito tacciata di mascolinità. Si tratta di un pregiudizio pale­semente infondato; sarebbe come se dicessi­mo che gli uomini a cui piace la danza sono tutti effeminati (ehm, forse non è un buon esempio ... ).

>Gli esami passati più velocemente

Un'altra meschina insinuazione, del tutto priva di fondamento. Anzi, alle ragazze è richiesta più determinazione, poiché quan­do chiedono colloquio il professore non le guarda mai negli occhi. Per prepararsi all'e­same e simulare le condizioni reali, inoltre, le ingegnere fanno l'ultimo ripasso in compagnia di un bull dog: da uno studio con­dotto sui professori, infatti, risulta che in corrispondenza dell'interrogazione di una ragazza la produzione di bava aumenta del 400%.

Insomma, vita dura per una donna e ancora lunghi passi da percorrere prima di essere con­siderata alla pari. Prova ne è che non esiste neppure un termine ufficiale per definirla: ingegnera? Ingegnere? Ingegnere donna? Ingegneressa?