Un fallimento può servire a riscoprire noi stessi

 

Ci sono dei momenti, nella nostra vita, in cui ci rendiamo conto che non possiamo raggiungere gli obbiettivi che ci eravamo proposti, che abbiamo subito una sconfitta senza rimedio. Può capitare al ragazzo estremamente dotato, che aspira a diventare uno scienziato e non riesce a terminare i suoi studi, perché gli muoiono i genitori ed è costretto ad andare a lavorare. Egli si rende conto, con infinita amarezza, che quella perdita è irreparabile perché nella scienza, come nella musica o nello sport, si entra solo da giovani, poi non si ha alcuna possibilità.

            Può capitare all’imprenditore che, dopo aver costruito durante tutta la sua vita una grande impresa, è travolto da una improvvisa crisi politico-economica e schiacciato dall’ingresso di una multinazionale. Può capitare al direttore di un giornale che ha portato al successo la sua testata quando, improvvisamente, la proprietà la vende e subentra un altro proprietario che lo sostituisce per imporre una linea editoriale e politica opposta. Può infine succedere ad una donna che ha investito tutto nel matrimonio, nella casa e nei figli, ma il marito si innamora di una più giovane e la lascia. Abbiamo fatto quattro esempi, ma avremmo potuto farne mille perché tutti conosciamo questa esperienza.

            Siamo di fronte all’irreparabile, al fallimento definitivo. Non c’è niente da fare. E’ inutile battersi, inutile lottare. Non proviamo solo dolore, ma un senso di ingiustizia e di sconforto strazianti. Il futuro diventa vuoto, tetro, doloroso, e il desiderio di vivere, che è fatto di speranza, si spegne. Sprofondiamo nella depressione. Molti pensano al suicidio. E alcuni si uccidono veramente. Come fanno molte donne e molti uomini dopo la perdita del loro amore. Come succede, certe volte, agli adolescenti dopo una frustrazione che a noi sembra lieve, come un cattivo voto a scuola, o una delusione d’amore.

            Cosa fare quando siamo di fronte a questo fallimento totale? Cosa possiamo dire a che lo prova, cosa possiamo dire a noi stessi il giorno in cui dobbiamo affrontarlo? Come possiamo trovare speranza quando la nostra mente e il nostro cuore sono schiacciati dalla disperazione?

            Qualunque fallimento, qualunque perdita, non riguarda mai la totalità del nostro essere. E’ sempre la sconfitta di un nostro progetto, di un amore, di un sogno, di una aspirazione. A noi, anche se non lo sappiamo siamo sempre di più di ciò che abbiamo scelto di essere e di amare.

            Il ragazzo disperato per il brutto voto, superata la crisi, riscopre la gioia di vivere baciando una ragazza. L’imprenditore, che ha perso la sua impresa, scopre in se stesso interessi e capacità che aveva trascurato. Ma anche nelle catastrofi più gravi, dal profondo dell’essere ferito, viene la risposta di salvezza. Non è il tempo che cura. E’ la caduta stessa che ci libera. E’ strano e terribile.

            Al fondo dell’abisso, il nostro io si dissolve e , dissolvendosi, si libera dalla fascinazione delle cose a cui era avvinghiato, e che gli parevano indispensabili, essenziali. Ci accorgiamo che possiamo esistere in altri modi. Il niente diventa così una porta di rinascita. Qualcuno vi incontra Dio, qualcuno la serenità del distacco, un altro una nuova vocazione. Qualcuno, infine, si accorge semplicemente  che può fare del bene agli altri.