Chi comanda vuole vedere gente soffrire

Ci sono delle persone, dei partiti, delle ideologie che hanno fiducia nella libertà degli individui, nella loro intelligenza, nella loro capacità di trovare una soluzione ad ogni tipo di problema. Vi sono invece persone, partiti, ideologie che non hanno alcuna fiducia negli uomini e perciò ritengono indispensabile guidarli passo passo, ponendo loro freni, regolando minuziosamente la loro vita con eleggi, impedimenti, discipline. L’antichità ci ha lasciato il ricordo di Sparta, dove era proibito quasi tutto, e di Atene, dove quasi tutto era permesso. In India tutte le attività potevano essere svolte solo dai membri di una certa casta, agli altri erano proibite. In Occidente la libertà era enormemente maggiore, soprattutto nelle città italiane che, in questo modo, hanno creato la civiltà moderna.

Il conflitto fra queste due concezioni è continuato fino ad oggi. All’inizio del secolo Taylor pensava che il lavoratore non dovesse avere la minima iniziativa, ma essere l’ingranaggio di una macchina. Nel campo politico, sia a sinistra che a destra, era diffusa la convinzione che i cittadini fossero incapaci di scegliere, ma dovessero essere guidati dal partito. Nel campo economico che tutto deve essere previsto, pianificato dall’alto. In Italia, alla fine degli Anni Cinquanta, erano ancora in vigore le leggi che proibivano di lasciare la campagna per andare a vivere in città. Poiché, nel frattempo, si erano già spostati milioni e milioni di persone, metà del Paese era fuorilegge.

Un eccesso di norme, di regolamenti, di proibizioni ha sempre questo effetto nefasto. Quando, negli Stati Uniti, è stata proibita la vendita di bevande alcoliche si sono sviluppati la malavita e il contrabbando. Quando il ministro Ferri ha messo il limite di velocità a 110 all’ora gli italiani sono diventati tutti dei trasgressori.

Ma, allora, perché se gli effetti delle proibizioni arbitrarie sono tanto negativi, c’è sempre gente che non può fare a meno di regolamentare tutto, di proibire tutto? Il primo motivo, l’abbiamo già detto, è che no hanno fiducia nell’intelligenza degli altri, nella loro capacità di giudizio. Disprezzano il popolo, sono convinti che Dio o la Storia ha affidato a loro, e solo a loro, il compito di guidare le masse ignoranti e di vigilare su di esse come su un gregge di pecore. In sostanza, il primo motivo è la superbia.

Ma c’è un secondo motivo più profondo: il gusto del potere. Qualcuno pensa che il potere consista nel dare ordini e, quindi, produca il piacere di comandare. No. Esiste una definizione di potere più sottile. Eccola: gli esseri umani hanno infiniti desideri, sogni, bisogni. Quando la loro soddisfazione dipende, a qualsiasi titolo, da me, io ho potere su di loro. Il piacere del potere consiste, perciò, nel vedermi circondato da persone che soffrono, che fremono, che mi guardano ansiose, che scrutano ogni mio gesto, ogni espressione del mio volto, sapendo che posso decidere del loro destino. E io godo nel tenerli in pugno, nel vederli soffrire, scodinzolare, umiliarsi. Se lasci che ciascuno entri ed esca liberamente da casa, nessuno ha bisogno della tua persona. Ma se stabilisci che, per entrare e uscire, occorre un permesso firmato da te, di colpo costringi tutti a dipendere dal tuo volere. Sono costretti a fare domanda, a dare giustificazioni, a renderti ossequio. In questo modo, la persona più inutile, mediocre, insignificante, miserabile, si sente un re, una divinità onnipotente.