Pillole di antisemitismo

Gli ebrei come nucleo compatto, come “falange dura e pura”, come cospiratori, esistono solo nei Protocolli dei Savi anziani di Sion e nel Mein Kampf. Però basta “sfogliare” gli ultimi tre secoli di cultura occidentale per accorgersi che il cliché dell’ebreo ricco, potente, infido e anticristiano non ha risparmiato nessuno ( o quasi ) dei grandi pensatori. Nemmeno gli “insospettabili”. Un esempio? Jean Jacques Rousseau ( il filosofo dei Lumi, favorevolmente disposto verso i figli d’Israele, ma che quando parla degli ebrei dell’antichità la fa in modo convenzionale: “Il più abietto dei popoli” ) e soprattutto Voltaire. Anzi, è quest’ultimo a inaugurare un nuovo capitolo dell’antisemitismo: quello laico. Dei 118 articoli del suo Dictionnaire philosophique una trentina si riferiscono in termini negativi agli ebrei. Alla voce juif scrive: “Non troverete in loro che un popolo ignorante e barbaro che unisce ad tempo la più sordida avarizia alla più superstizione”. Tuttavia il filone dell’antisemitismo culturale, più o meno laico, è presente in moltissimi grandi filosofi moderni. Nella Critica della Ragion Pratica, Immanuel Kant affermò che “l’ebraismo non costituisce una confessione ma una Repubblica a parte”, mentre nell’Antropologia definì i “palestinesi che vivono tra di noi” come “imbroglioni”. Non fu da meno Johann Fiche, discepolo di Kant, uno dei fondatori della filosofia idealista. Nel 1793 propose di conquistare la Palestina e di deportarvi tutti gli ebrei tedeschi ( favorevole a concedere i diritti civili agli ebrei ma “a condizione di tagliare a tutti la testa la stessa notte e darne loro un’altra che non contenga nessuna idea ebraica” ). Più morbida la posizione di Hegel, che si limitò a teorizzare “l’inferiorità dell’ebraismo rispetto al cristianesimo” e di Arthur Schopenhauer ( “l’ebraismo e la Bibbia rappresentavano il polo errato” ).

Se il tema della cospirazione ebraica è stato sviluppato da intellettuali di destra ( Joseph de Maistre e lo storico Hippolyte Taine che non esitò a definire il trionfo dei Giacobini come un “trionfo ebraico” ) o da simpatizzanti di un supernazionalismo ( uno sprezzante Richard Wagner scrisse che “l’arte moderna si era giudaizzata” ), più sorprendente appare per certi versi l’antisemitismo di “sinistra”. A cominciare da Karl Marx, di origine ebraica ( suo padre, Heinrich, era figlio di un rabbino ), che nelle lettere personali parlò di “Ramsgate piena di pulci e di ebrei” e in Zur Judenfrange sentenziò che “il denaro è il solo dio d’Israele”. Non lesinarono espressioni dure e offensive il socialista utopico Charles Fourier ( propose un sistema di “educazione forzosa che obbligasse gli ebrei al lavoro agricolo e industriale” ), Proudhon ( in De la justice dans la Révolution et dans l’Eglise affermò che “l’ebreo è il principio del Male” ) e l’anarchico Michail Bakunin ( “setta sfruttatrice, un popolo di vampiri, un parassita vorace” ).

L’antisemitismo strisciante ( in molti casi vero e proprio disprezzo per l’ebreo ) fa da sfondo a gran parte della letteratura russa della seconda metà dell’800. Nel Diario di uno scrittore Dostoevskij punta il dito contro il potere internazionale ebraico ( “governano la finanza europea e di conseguenza anche gli affari interni dei vari Stati” ). E nei Fratelli Karamazov, quando la giovane Lisa, dopo aver letto un libro sugli omicidi rituali degli ebrei, chiede al suo amico Aliosha se “davvero gli ebrei uccidono i bambini cristiani”, si sente rispondere un ambiguo: “Non lo so”. Non affronta la questione in modo diretto Tolstoj, ma in Guerra e Pace e in Sebastopoli i “Jid” compaiono in qualità di piccoli trafficanti, usurai e venditori ambulanti.

E nell’Europa d’inizio secolo? In Germania, ancor prima dell’ascesa del nazismo, l’antisemitismo fu sollecitato dall’ebbrezza bellicistica. Tanto da contagiare note figure del pensiero come Thomas Mann o Oswald Spengler, l’autore di Il declino dell’Occidente ( quest’ultimo contrappose le nazioni faustiane, Germania, alle nazioni magiche, come gli ebrei; la tradizione del suolo allo spirito del denaro ). Mentre in Italia Benedetto Croce, che pure aveva condannato le leggi razziali del ’38, chiese agli ebrei di “fare un definitivo sforzo sul piano dell’assimilazione- integrazione e totale accoglimento delle radici greco –romane e cristiane della cultura dei Paesi in cui vivono”. Come dire: la rinuncia a essere se stessi.

Agostino Gramigna

 

( da Sette settimanale del Corriere della Sera )