Il successo abbaglia, e allora addio alla riconoscenza

Se si valuta una persona in base al denaro che possiede, in base al numero di coloro che l’ammirano o in base al potere che esercita, allora le differenze fra gli esseri umani appaiono smisurate. Alcuni guadagnano centinaia di miliardi all’anno mentre altri vivono del loro modesto stipendio o addirittura muoiono di fame. Ma dobbiamo dire che il primo vale un milione di volte più degli altri? Qualche volta, certamente, è più intelligente e più abile, ma altre volte è solo più fortunato o più spregiudicato.

            Anche la fama non è una buona misura del valore. Oh certo vi sono delle fame meritate! Alcuni scienziati, alcuni artisti ci hanno dato delle cose tanto preziose che dobbiamo essere loro riconoscenti. Ma ce la sentiamo di dire che quel cantante, quell’attore di un serial televisivo, quel comico ammirato da milioni di persone è veramente un milione di volte migliore di quel tecnico, di quell’operaio, di quel vigile del fuoco, di quell’artigiano? No, no. E lo stesso vale per il portiere. Molta gente che occupa una posizione di grande potere è spesso moralmente inferiore a coloro che comanda. La ricchezza, la fama, il potere sono una lente deformante che ci fa apparire bello ciò che è in alto, e ci impedisce di vedere quale straordinaria ricchezza ci sia negli esseri umani che ci circondano. Tutti parliamo degli stessi divi, degli stessi politici. Ma cosa sappiamo, in realtà di loro? Solo quello che ci mostrano i loro uffici di relazioni pubbliche, i giornali, la televisione.

            E non siamo solo noi ad essere accecati. Lo sono anche loro. Chi ha successo se ne attribuisce tutto il merito. Napoleone era un genio. Ma le sue armate vincevano perché avevano alle spalle la fede del popolo di Francia, ed erano precedute dalle idee di libertà, uguaglianza e fraternità. Forze che lui incarnava, utilizzava, ma non aveva creato. E lo stesso avviene per il successo di un libro, di un film, di una musica, che trionfa perché corrisponde miracolosamente allo spirito dei tempi. Dieci anni prima o dieci anni dopo sarebbe stato ignorato. Però il condottiero non sente il debito di riconoscenza verso le persone che l’ hanno spinto in alto, l’artista di successo verso coloro che l’ hanno riconosciuto, che l’ hanno sorretto, stimolato. Crede di aver fatto tutto da solo e si sente infinitamente superiore agli altri uomini.

            Chi ha creato i grandi partiti? Chi ha edificato le grandi nazioni? Chi ha realizzato il progresso scientifico? La storia ricorda solo i personaggi famosi, consacrati, i capi. E in parte questo è giusto. Ma non bisogna mai dimenticare che la loro opera è sempre il risultato dell’apporto silenzioso di milioni di esseri umani, che hanno lavorato, che si sono prodigati per una causa senza avere i riconoscimenti che le loro virtù o le loro qualità avrebbero meritato.

            Uno dei più gravi vuoti della nostra epoca è la perdita del senso metafisico della persona. Dell’intuizione che ogni essere umano ha qualcosa di divino, un valore e un mistero. E, poiché nessuno agisce da solo, tutti abbiamo un debito di riconoscenza verso gli altri. Le grandi religioni etiche, un tempo, ci hanno insegnato che i meriti degli uomini oscuri, spesso, sono più grandi, i loro sforzi più eroici, di quelli saliti alla ribalta della storia. E, per indicarci le nostre responsabilità, ci dicevano che l’occhio di Dio vede nel cuore degli uomini per dare a ciascuno secondo giustizia.